Imparare a Sentire con il Cuore

Cosa mi ha dato il training?
Sentire la rabbia e permettermi di esprimerla, sentire il dolore e riuscire a “perdere tempo” per piangere, consentirmi di sentire l’ansia che stringe lo stomaco, ammettere che esiste e non bloccarla automaticamente perché non va bene…
e insieme concedermi di dormire fino a tardi e pensare con gratitudine che è bello, stare sotto la doccia calda finché ne ho voglia, fare l’amore anche se sono le due di notte e al mattino devo lavorare, lasciare lì i piatti da lavare per il giorno dopo o cinque lavatrici da stirare, rispondere ai figli che non ne ho voglia di fare quello che chiedono, se in effetti non ne ho proprio voglia.
Anche permettermi di accorgermi che una persona non mi piace e un’altra sì. Soprattutto, sentire: sentire la terra sotto i piedi, sentire il respiro che inonda tutto il corpo, sentire come si muovono la schiena, il bacino le spalle. Riuscire ad accorgermi quando “attacco la spina” alla mente e stacco tutto il resto, e allora il corpo diventa momentaneamente una macchina insensibile. Ancora di più, sentire quanto è bello venirne fuori, tornare a respirare, a guardarmi attorno, a volte stare lì senza fare niente.

Quello che sento più importante è qualcosa come “fidati, e non avere paura”: c’è il dolore ma anche la felicità, e non posso sentire l’una senza l’altro. C’è la rabbia, ma insieme c’è anche l’amore. Può sembrare che un coltello mi squarti in due ma non muoio, e tornerò a piangere di gioia, ad essere grata alla vita.
È un sentire difficile da mettere in parole, proprio perché è un sentire queste cose, non un saperle. Sapere è qualcosa che sta nella mente, appartiene alle tante parole logiche e razionali che uso nel mio lavoro, tutti i giorni, parole che si legano assieme come ordinate equazioni matematiche, con un loro elegante senso compiuto.
Sentire appartiene al mio cuore, alla mia pancia, al mio respiro. Difficile spiegarlo con le stesse parole della mente: bisognerebbe sapessi scrivere poesie…

Forse può sembrare che questo c’entri poco con il massaggio.
Io, per lo meno, anni fa pensavo che i massaggi servissero per la manutenzione delle macchine corporee che ne avessero eventualmente bisogno – e, per fortuna, la mia non mi dava particolari fastidi. Oppure, i massaggi se li facevano fare quelle persone un po’ futili e superficiali (donne, soprattutto, ma anche qualche maschietto vanesio) che non avendo interessi più seri si dedicavano a modellarsi il fisico.
Come, da qui, sia finita a frequentare un training di Oshorebalancing, sarebbe lungo da raccontare per intero. Dirò soltanto che è stato un bel regalo dell’esistenza, arrivato grazie a mio marito. A lui la mia gratitudine per questo dono meraviglioso, e a me il merito di non essermelo lasciato sfuggire. Quando lui ha iniziato il suo training, tre anni prima del mio, stavamo appena uscendo da un periodo di rottura, che per me resta in assoluto il più difficile della mia vita. Il peggio era passato, eravamo riusciti a restare assieme, ma non avevo ancora finito di “rimettere assieme i pezzi” di me stessa e del nostro rapporto. Il training l’ha cambiato e io mi sono accorta che, se restavo fuori da quel suo cambiamento, ci saremmo persi di nuovo. E non volevo. Così mi sono avventurata nel training successivo al suo, a fare per conto mio il mio pezzo di strada. La coltellata in pancia che mi era arrivata dalla vita è stata molto utile.

Per spiegare cosa è cambiato bisogna che dica più o meno com’ero prima. Maggiore di quattro figli, ho passato l’adolescenza ad aiutare la mia mamma a tirare su le mie sorelle e mio fratello (o meglio, questo era quello che cercavo di fare per essere brava) e a prendere ottimi voti al liceo per mostrare al mio papà di essere intelligente come voleva lui. Quando sono uscita di casa, dopo la maturità, ho passato sei anni ad occuparmi di ragazzi “difficili”, allontanati dalle loro famiglie. Così a vent’anni andavo all’università, non prendevo mai meno di trenta (solo una volta, un ventinove) e avevo sulle spalle una specie di nuova famiglia di sette persone. Lezioni, studiare, spesa, pulizie, cucinare pranzo e cena, bucato, stirare, aiutare a fare i compiti… e quando andavo a sciare con il moroso c’era sempre qualche ragazzino che voleva venire con noi. Prima dei trenta ero sposata, avevo due figli miei, uno già all’ultimo anno di scuola materna, un lavoro a tempo “strapieno” con una carriera universitaria bene avviata, e non potevo “perdere tempo a piangere”, e – aggiungo adesso – anche a ridere troppo. Pensavo proprio così: una volta l’ho detto e mi sono davvero stupita dell’allibita reazione di chi mi ascoltava! Credo renda l’idea.

Per tenere assieme una vita tanto perfetta, almeno secondo i miei personali canoni, non potevo permettermi di sentire troppe emozioni. E le emozioni stanno tutte nel corpo. Per non sentire le emozioni, il corpo diventa una macchina. Nel training ho trovato mani amorevoli che hanno saputo toccarmi facendo spazio a quello che c’era, così com’è. A mia volta ho potuto toccare altri, accorgermi come toccare ed essere toccati siano parti complementari della stessa esperienza. Il verbo toccare si riferisce sia al tatto, al senso fisico, che alle emozioni. Non credo proprio che sia un caso… Non sarebbe mai stato possibile fare questo lavoro soltanto con le parole, in particolare per me, che ero abituata a usare le parole con la logica della mente razionale.

Per la prima volta mi sono trovata in una situazione nuova, in cui non c’erano un “giusto” o uno “sbagliato” predefiniti: quindi, non potevo sapere come fare per essere brava… molto, molto difficile per me! Lo è ancora adesso, certo. Ma mi accorgo che posso piangerci sopra, e molto più spesso ci rido sopra, mi arrabbio, mi permetto di sbagliare e così, credo, permetto di sbagliare anche agli altri, a mio marito, ai miei figli. Così mi permetto di vivere. Così, forse, è un po’più facile anche vivere con me… Grazie a Unmila e a tutti i miei compagni di avventura.
Luisa

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